Giovani Democraticə Prato
Il Vento Fischia Ancora

Il Vento Fischia Ancora

Introduzione

Le crisi che in questa epoca si presentano a livello globale ci pongono di fronte ai limiti del nostro sistema costruito su stati nazionali e su un modello economicistico di crescita lineare.

Le disuguaglianze economiche tra Stati e all’interno degli stessi sono in costante aumento dagli anni ’70: secondo il Report di Oxfam, lo scorso anno 26 ultramiliardari possedevano la ricchezza di più della metà del pianeta. Il capitalismo incontrollato, l’individualismo e la competizione su cui si fonda il libero mercato sono sempre più insostenibili su tutti i piani.Il senso di precarietà crescente che ci affligge si esplicita in crescenti problematiche, tra le quali disturbi d’ansia: dai fenomeni dell’ecological grief o dell’eco-anxiety, all’indigenza e alla solitudine generata dal nostro sistema economico. Mentre le persone sono sempre meno connesse a livello relazionale, la politica non riesce a dare loro una prospettiva nella quale riconoscersi e trovare un’appartenenza.Viviamo la crisi della democrazia, unita progressivamente alla sfiducia verso la politica e le istituzioni, rafforzata dalla cosiddetta fine delle ideologie causata dall’implosione dell’impero sovietico. Come sostiene Bauman abbiamo in realtà assistito alla fioritura di nuove categorie che rimodellano gli schemi di lealtà e credenze del XXI secolo, come quella fondata sulla prospettiva cosmopolitica dei diritti umani e dei cittadini del mondo, o quella che consacra il libero mercato e la globalizzazione neoliberista ad  unica cornice possibile per un mondo connesso.

Le ideologie generano per le persone criteri di orientamento e di valutazione, delineando orizzonti di senso e appartenenza; un Partito che rinuncia ad occupare lo spazio culturale di costruzione e diffusione di un’idea lungimirante di società cede alle interpretazioni immediate e agli slogan banalizzanti.

In questo contesto, a subire una perdita di significato è il rapporto tra elettore ed eletto: la rappresentanza non può ridursi a un momento puntuale di autorizzazione al comando ai decisori politici. Di fronte alla proposta di democrazia diretta che guarda a una partecipazione non mediata da rappresentanti, dobbiamo chiederci quale sia, per noi, il valore del processo intermedio, altrimenti tagliato fuori. La forza e la legittimità delle democrazie rappresentative oggi risiedono soprattutto nella qualità della partecipazione: la costruzione di un’idea dal basso dà valore rappresentativo all’elaborazione delle politiche.

 Come Giovani Democratici crediamo dunque che alla crisi delle relazioni, alla competitività aggressiva e alle problematiche legate alla salute mentale si debba rispondere coniugando il senso della comunità con la promozione di una cultura politica

La cultura, infatti, è un mezzo di piena cittadinanza, che consente al singolo individuo di impiegare la propria coscienza critica per leggere il presente. Troppo a lungo la sinistra e il nostro Partito hanno subordinato la capacità di interpretare una società in continuo mutamento  alla ricerca del consenso, lasciandosi  schiacciare  dalla  visione  immediata dei rivali politici. Un Partito che non vuole accontentare, ma comprendere i bisogni della cittadinanza ha bisogno di fare produzione culturale, di costruire la propria visione con lungimiranza, d’interrogarsi sulle questioni dell’oggi con la capacità di guardare al domani. Ci proponiamo di restituire alla rappresentatività il suo pieno significato e creare un senso di comunità, un’idea dietro alla singola proposta, una visione dietro alla specifica manovra politica, come risposta a questa crisi e come mantra del nostro agire politico.

L’Europa e una radicale riforma del PSE possono rappresentare  una prima risposta all’imperante neoliberismo. La funzione degli stati nazione e la loro ingerenza nell’economia è ridotta rispetto al  passato:  si eludono sempre più spesso i limiti imposti dalle norme dello stato di diritto. Le multinazionali perseguono il loro interesse economico, accumulando capitale, senza badare ai confini e alla sostenibilità ambientale e sociale del loro operato,  che  dovrebbe  essere  sancita dalle istituzioni e dai regolamenti internazionali. Alla degenerazione del capitalismo, dobbiamo rispondere con un’alleanza comune che superi il nazionalismo ravvivato dalle destre nazionaliste. Serve un fronte sovranazionale, che riesca ad agire contro sistemi di produzione sostenuti da grandi potenze economiche come gli Stati Uniti o la Cina. Per restare uniti contro un sistema di sfruttamento non basta l’Italia, serve l’Europa. Con un’Unione sovranazionale capace di sviluppare politiche sociali ed economiche nell’interesse e nel rispetto di tutti i suoi cittadini, si creerebbe un terzo interlocutore nell’arena globale sufficiente a sfidare l’attuale impianto socioeconomico. La sinistra europea deve porre l’attenzione sui popoli sfruttati e sul trattamento iniquo che subiscono a causa della presenza delle multinazionali, interessate solo al petrolio e agli snodi commerciali strategici.

L’influenza  da   parte   delle   grandi   potenze   imperialiste costituite in passato dagli stati europei e tuttora da  Stati Uniti, Russia e Cina ha causato e  sta  causando  conflitti interni che si riversano in povertà, migrazione necessaria e lotte armate a danno degli ultimi.

Il Partito e i suoi rappresentanti devono assumersi la responsabilità di invertire la tendenza separatista dei vari interessi nazionali intera all’Unione e guardare a politiche sociali, economiche e culturali di sinistra in modo unitario per rendere l’UE un grande Stato sovranazionale, portatore di un messaggio anticapitalista e socialista. Questo può divenire realtà solo con un’alleanza europea tra i partiti di sinistra e, soprattutto, con una visione comune garantita dal Partito Socialista Europeo. Questo deve diventare casa comune attraverso cui far prosperare l’idea e le pratiche del socialismo, in collaborazione col socialismo internazionale e le buone pratiche delle realtà che ne fanno parte.

La sfida contemporanea della sinistra è quella di essere rappresentativa, intercettando una cittadinanza sfiduciata e disillusa. Ciò non può avvenire con proposte calate dall’alto, costruite per una categoria di persone e non con loro. La rappresentanza è tale solo se si costruisce dal basso, attraverso il dialogo con la cittadinanza, i territori, i corpi intermedi e tutte quelle realtà che animano le città spesso sopravvivendo ad Amministrazioni avverse o poco lungimiranti.In questo modo la politica si avvale di preziosi strumenti democratici, che consentono una   comunicazione bidirezionale: da società civile a mondo politico, sintetizzando   le istanze cittadine e coinvolgendo coloro che   non   hanno rappresentanza; dal mondo politico alla società civile, assicurando al primo una visione complessiva del percorso auspicato nel quale si collocano le azioni politiche e amministrative. Il mondo politico deve sostenere quelle realtà che contribuiscono quotidianamente alla gestione   del   sociale   sul   territorio, e   farsi   indirizzare   da   loro   nelle

proprie politiche: solo attraverso collaborazione, coordinamento e razionalizzazione delle attività, la politica può rispondere a un’idea comune e condivisa e non a singoli problemi. Risulta indispensabile, in questo senso, superare la logica delle gare al ribasso, rimodulando bandi e gare nella direzione di una regia comune, puntando sulla cooperazione e sulla coprogettazione.

Superare il giovanilismo per un progetto politico lungimirante

Movimenti come Fridays For Future o le Sardine pongono sulla scena politica problemi che si intrecciano e superano la questione generazionale. Occorre comprendere quale sia il nostro ruolo in un periodo storico di disgregazione e sfiducia nella politica dei Partiti. Non dobbiamo rispondere all’emergenzialità degli interessi privati, ma risolvere i problemi del presente con uno sguardo al futuro, mettendo al centro la nozione di responsabilità.In questo scenario di crisi della sinistra, noi GD non dobbiamo essere solo uno spazio di discussione e rappresentanza delle questioni della nostra generazione.

Dobbiamo, altresì, sfruttare lo sguardo dei giovani per costruire un’idea di società rivolta a un futuro che ci riguarda, rispondendo ai problemi

dell’oggi con soluzioni comuni ad esigenze differenti. Troppo spesso i GD sono stati relegati a baby PD, ma la nostra prospettiva non è giovanilista: prima della nostra età, a unirci è la condivisione di un progetto politico fondato su valori condivisi ed elaborazioni costruite sul “noi”. Un “noi” che abbiamo cercato di allargare al mondo esterno: all’associazionismo, ai sindacati, ai movimenti, ai territori.Come organismo autonomo, con metodo e obiettivi propri, siamo ricettori dei cambiamenti intergenerazionali e delle presenti evoluzioni sociali, e promuoviamo, così, una nostra visione, mettendola a disposizione del PD.

Vogliamo incarnare un modello di sinistra, promotrice di un’identità alternativa a quella vigente, schiacciata sulla contingenza e sulle logiche di Governo. Vogliamo farlo considerandoci luogo di formazione per la futura classe dirigente del PD e per tutti e tutte coloro che abbiano voglia di mettere le proprie idee, tanto quanto i propri limiti individuali, a disposizione di una comunità, consapevoli che dietro ogni opinione può nascondersi una rivoluzione.

Coniughiamo quest’ambizione e questa autonomia con la lealtà a una casa comune. Non dobbiamo allontanarci dalle sedi e dalle politiche del Partito Democratico laddove siano presenti momenti di contrasto, ma riformare il PD attraverso la nostra rappresentanza all’interno degli organi di discussione democratica del Partito, quali l’Assemblea, la Direzione e la Segreteria.

E’ necessario che il Partito si faccia strumento di partecipazione e disponga, a questo fine, piattaforme che la garantiscano. Non vogliamo essere megafono delle politiche amministrative, ma costruire attorno all’elaborazione politica un contesto in cui emergano determinate esigenze. Dobbiamo essere, cioè, promotori di un cambiamento culturale. Per questo è necessario incrementare il nostro metodo di partecipazione, accompagnando all’elaborazione tematica una presenza costante sui territori. Il PD pratese attualmente risulta carente nel suo ruolo di federare le Unioni comunali locali. La grande capacità attrattiva della città di Prato e la sua complessità accentrano gran parte dell’impegno del Partito. Anziché in opportunità, l’azione partitica si è tradotta o in una subordinazione delle politiche territoriali a quella pratese, oppure a un isolamento dei territori che ha comportato una visione obbligatoriamente limitata. Dobbiamo proporci in controtendenza rispetto a questo: gli stili di vita sono cambiati, le persone si spostano sia sulle lunghe distanze, sia all’interno della città. Ciò comporta una minore frequentazione delle aree periferiche, e una complessiva mancanza di luoghi di aggregazione. Per questo, attraverso i canali della giovanile, è importante mettere in campo una rafforzata strategia politica. Innanzitutto l’elaborazione tematica provinciale può rappresentare un primo strumento di connessione fra le realtà comunale pratese e i territori. I territori, infatti, possono essere laboratori per sperimentare proposte specifiche su un tema, nonché spinta propulsiva da cui partono proposte capaci di influenzare le politiche provinciali.Oltre a questa bidirezionalità, occorre sperimentare un’elaborazione intraterritoriale che preveda una visione sinottica sulle politiche territoriali e tematiche. In questo senso, l’elezione di consiglieri comunali GD in tutti i comuni della provincia spinge le singole giovanili a una maggiore attenzione verso il proprio territorio, e permette anche una politica amministrativa condivisa, coordinata da una Giovanile provinciale capace di fare sintesi.Ci deve essere, cioè, un interscambio continuo tra “centro” e “periferia” in un gioco sempre a somma positiva. In particolare, occorre agire nel senso di un’Unione comunale delle Aree interne, ovvero dei comuni montani o collinari con un basso numero di abitanti e una bassa densità abitativa. Così si potrebbe raggiungere un numero sufficiente di iscritti che possano elaborare una proposta politica.La questione giovanile in questi territori è cruciale: le ragazze e i ragazzi che lavorano e/o studiano fuori, possono offrire alle questioni esistenti un punto di vista differente. I Giovani Democratici devono dare loro voce, garantendo uno spazio di riflessione nel quale elaborare proposte per tutta la collettività.A questa azione è necessario contribuire riformando internamente i circoli, la cui attività si limita spesso al tesseramento e all’organizzazione di incontri tra la cittadinanza e gli amministratori locali. Molti circoli arrancano nel rinnovare la classe dirigente e attrarre nuovi militanti. Proprio per la loro dislocazione geografica i circoli dovrebbero essere prima di tutto luoghi di formazione, luoghi dove si crea e si rinnova il senso di appartenenza, attraverso strumenti di partecipazione garantiti dallo Statuto come quello del referendum degli iscritti. Dovrebbero essere, inoltre, interlocutori capaci di dialogare con le associazioni del territorio, portatrici di istanze precise grazie al loro impegno quotidiano nel contesto locale. Tuttavia, la sola dimensione del circolo non può bastare. Per sopperire alla mancanza di ascolto e confronto con la cittadinanza, i GD possono contribuire nell’ottica di un rinnovamento. Non ci si può limitare ad invitare i singoli giovani alle attività di circolo: dev’esserci, anche sui territori, una giovanile pronta ad accogliere le persone interessate inserendole in un percorso di presa di coscienza, affinché possano maturare una graduale consapevolezza rispetto al mondo politico e al loro impegno in relazione ad esso. I giovani e le giovani d’oggi non sono persone egoiste o limitate che non s’interessano di politica, come troppo spesso sentiamo dire: hanno solo bisogno di capire che possono davvero prender parte ad un cambiamento. Solo così saremo in grado di strutturare percorsi che portino i giovani a militare. Creeremo le condizioni per elaborare insieme nuove proposte e nuovi metodi di fare politica sul territorio.

Capitolo 1: Ambiente

Il clima sta cambiando: le emissioni di gas serra di origine antropica hanno portato ad un aumento delle temperature causando radicali stravolgimenti sul piano economico, sociale e ambientale, con fenomeni quali siccità, scioglimento dei ghiacciai, inquinamento dei mari ed eventi estremi che provocano danni sia all’ambiente che agli esseri umani. Per porre rimedio a questa crisi di dimensioni globali sono necessarie politiche lungimiranti, che abbiano come obiettivo un drastico cambiamento del sistema produttivo, una riduzione delle emissioni di gas serra e una revisione nell’abuso e nella gestione di materiali dannosi e tossici per il nostro ecosistema. Nel sistema di produzione attuale le aziende hanno l’obiettivo di aumentare il fatturato e per farlo sfruttano le risorse limitate proprio nei luoghi in cui non sussistono tutele contro lo sfruttamento del territorio e dei lavoratori. Si generano prodotti competitivi sul mercato che, a basso costo, risultano facilmente accessibili a persone meno abbienti: i prodotti con un ciclo di vita e di produzione più virtuoso risultano ancora beni élitari, non permettendo un reale compromesso fra sostenibilità e eticità. L’Unione Europea è in prima linea nel migliorare la qualità della vita attraverso politiche quali l’abolizione di materiali di plastica usa e getta e i limiti sulla vendita dei sacchetti di plastica, sulle emissioni di CO2 delle auto e sui livelli di polveri sottili nell’aria. Inoltre, l’UE è capofila per accordi internazionali sull’abolizione dell’uso di pesticidi e altri composti tossici. Tuttavia, gli Stati membri non sempre applicano la legislazione europea, a rischio di incorrere in sanzioni inutili senza la capacità di attuare un cambiamento reale. Sono, infatti, diciassette le procedure di infrazione ancora aperte contro l’Italia: 204 milioni pagati solo per le discariche abusive, 151 per la gestione dei rifiuti in Campania, 25 per il mancato trattamento delle acque reflue urbane, oltre alle infrazioni dovute al superamento dei livelli di particolato atmosferico. Qualche tentativo è stato fatto, ma non è certo abbastanza. Senza un reale impegno, con un sacrificio economico iniziale e politiche lungimiranti di base, il tutto potrebbe risultare solo uno spreco di buone intenzioni.

L’ecological grief è uno spettro di disturbi d’ansia e depressione sempre più diffusi tra le giovani generazioni e tra le comunità che subiscono gli effetti più immediati del riscaldamento globale. Tale fenomeno è provocato dalla crisi ambientale e dal fatto che essa non trova risposte attive e un vero riconoscimento nel mondo adulto. Tale fenomeno è provocato dalla crisi ambientale e dal fatto che essa non trova risposte attive e un vero riconoscimento nel mondo adulto. Uno di questi sintomi è l’eco-anxiety, la paura che scaturisce dalla consapevolezza dell’irreversibilità dei danni provocati dall’inquinamento antropico. Questo fenomeno non ricade allo stesso modo su tutti a livello globale. Ci sono comunità di persone che vivono in modo più immediato le conseguenze del riscaldamento globale, dai conflitti civili alle proteste di massa, dall’impatto sulle abitazioni e sullo stile di vita delle persone alla distruzione di interi habitat. Alcune zone del mondo risultano più vulnerabili, soprattutto quelle in cui i livelihoods delle persone dipendono dall’ambiente: impieghi lavorativi legati al turismo, alla pesca, all’agricoltura; comunità indigene strettamente connesse alle risorse naturali sono particolarmente vulnerabili e rischiano anche di perdere la propria autosufficienza, il proprio bagaglio culturale, danneggiando il loro senso d’identità, appartenenza, certezza del futuro.L’inquinamento dell’aria è diventato la quarta causa di morte in assoluto a livello mondiale e rappresenta la principale causa ambientale di morte.Secondo l’OMS ogni anno muoiono circa 7 milioni di persone a causa dell’esposizione all’aria inquinata e l’Italia è, purtroppo, uno dei Paesi europei in cui si muore di più e dove le ormai famigerate polveri sottili sono responsabili di una riduzione di più di un anno dell’aspettativa di vita.La salute e il benessere della cittadinanza sono la risorsa più importante di un territorio e il prisma attraverso cui è possibile interpretare le condizioni di sostenibilità o insostenibilità di una città. Questi indicatori devono rappresentare, in definitiva, un elemento fondamentale della nozione di bene comune e interesse generale, da promuovere attraverso un processo di rigenerazione e pianificazione urbanistica. Occorre partire dall’evidenza empirica dell’impatto dell’inquinamento sulla salute, migliorare questa conoscenza e diffonderla quanto più possibile per favorire processi di partecipazione dal basso e risvegliare una coscienza critica sul territorio. Occorre costruire reti di alleanze tra diversi parti della società civile per dare solida consistenza alla domanda di cambiamento e promuovere una diffusa cultura della responsabilità.

Il miglioramento della qualità della vita passa anche dagli investimenti sulla mobilità sostenibile. Infatti, il nostro stile di vita è estremamente caratterizzato da un costante senso di privazione di tempo, a disposizione delle varie attività che facciamo. Dobbiamo necessariamente contrastare una mobilità che non solo incrementa stress e peggioramento della qualità della vita, ma incide in modo diretto sull’ambiente. Un mobilità non ecosostenibile alimenta il problema dell’inquinamento. Infatti l’utilizzo di mezzi a combustione liberano nell’ambiente sostanze che aumentano i livelli di tossicità dell’aria che respiriamo e contribuiscono al riscaldamento globale. Per migliorare tutto ciò è importante investire su infrastrutture che colleghino i luoghi in cui viviamo in modo che gli spostamenti siano rapidi anche senza l’ausilio di mezzi individuali come le automobili. Incentivare l’uso degli autobus e dei treni, aumentarne la frequenza e renderli più convenienti rispetto all’uso dell’automobile è la strada per incentivare la scelta di mezzi alternativi. Tutto questo converge con il contrasto agli eccessi di polveri sottili, di cui si registra un superamento dei limiti stabiliti dalla normativi già dall’inizio dell’anno. Queste polveri sono, infatti, dannose per l’organismo e sono dovute in parte ai veicoli a motore, ai riscaldamenti e a vari processi di origine antropica. In questo caso, i danni di queste emissioni sono riscontrabili proprio sul piano locale; il mondo politico deve operare nell’ottica di una crescente sensibilizzazione per limitare l’utilizzo di tali fonti di inquinamento. È necessario, altresì, ampliare lo sguardo verso una logica provinciale e regionale. È fondamentale che le politiche sulla mobilità vengano promosse in modo coordinato all’interno delle aree vasta e delle regioni, con l’obiettivo di permettere a tutt* di raggiungere con facilità qualsiasi luogo senza che questo implichi un’eccessiva perdita di tempo. Siamo, inoltre, coscienti che non tutt* possono fare a meno di utilizzare l’automobile o mezzi inquinanti: ci sono lavori, infatti, che ne richiedono necessariamente l’utilizzo. Tuttavia, politiche di incentivi al trasporto pubblico o alla mobilità alternativa, come ad esempio l’abbattimento dei costi del trasporto pubblico, rivolte in particolare a studenti e lavoratori, significa, per noi, predisporre politiche di equità sociale.

Proprio a questo proposito le politiche ambientali non possono essere slegate dalle politiche sociali ed economiche. Il concetto di economia circolare mette in relazione queste tre macrotematiche: ogni azione che viene svolta in ambito ambientale ha delle ripercussioni sul piano sociale e su quello economico, risultando così una risorsa o meno sul piano lavorativo e sociale. Le transizioni verso questo tipo di economia nascono dall’esigenza di risolvere una carenza di risorse, ma anche di cambiare il paradigma consumistico dell’usa e getta. A livello globale, infatti, le risorse sono limitate, pertanto è facile intuire come l’adozione di un’economia che colleghi la fine e l’inizio della vita di un prodotto sia quanto di più ecosostenibile possa offrire il sistema produttivo attuale. Affinché l’economia circolare funzioni, è centrale rendere i prodotti derivanti da questo processo accessibili a tutte le persone, anche a coloro che non hanno disponibilità economica. Questo processo di cambiamento radicale deve essere fatto non solo a livello locale ma attraverso leggi internazionali che regolino la competitività dei diversi sistemi produttivi. Inoltre, sistemi di tracciabilità e di controllo del prodotto efficienti e trasparenti possono rilanciare i prodotti sostenibili ed aumentare il consumo a chilometro zero. A Prato lavoro e ambiente sono due dimensioni dello sviluppo da sempre integrate, anche nel corso dei mutamenti che hanno coinvolto il distretto tessile pratese. La città è così costretta a riflettere in modo continuato su se stessa e sulla propria identità: di tale ripensamento della struttura urbana nel suo complesso, un esempio può essere la riconversione, in ottica circolare, di vecchie fabbriche in luoghi di cultura e di aggregazione. Tradurre in politiche i principi dell’economia circolare chiama in causa il ruolo della ricerca, della bioedilizia e della tutela delle aree verdi.

Come già detto, senza un equità sociale ed economica non potrà mai essere promossa una politica incentrata sul consumo sostenibile. Una politica che permetta a tutte le persone sia a livello locale che globale di poter usufruire di quei prodotti che provengono da un ciclo più ecosostenibile dev’essere uno degli obiettivi irrinunciabili della sinistra. Non ci sarà mai uno sviluppo radicale e profondo senza l’affermazione di una giustizia sociale. Perché lo sviluppo è più forte in una società equilibrata, in territori coesi, sorretto da una partecipazione dei lavoratori nelle scelte delle imprese, in un contesto sociale che rende le persone più sicure e dunque attive e aperte alla collaborazione. Non c’è sviluppo se non attraverso la difesa e valorizzazione delle risorse naturali, perché l’obiettivo di contrastare il riscaldamento globale, la distruzione del pianeta, di difendere la specie umana e quelle di tutti gli esseri viventi, di ristabilire l’equilibrio dell’ecosistema, di sviluppare un’agricoltura non inquinante, di proteggere i mari e le foreste, di respirare un’aria pulita e salubre, è il vero terreno su cui si possono incrementare la ricerca, l’innovazione, un’occupazione nuova e qualificata, un’economia verde che si espande in molteplici direzioni e che crea nuove opportunità di lavoro. Per arrestare il cambiamento climatico è quindi necessario un contributo della politica in termini di equità sociale e di valorizzazione di lavoratori e lavoratrici. Eliminare fenomeni di sfruttamento e disparità sociale, significa anche lottare per un sistema produttivo ecologicamente più sostenibile, capace di assicurare delle garanzie di qualità e di rispetto degli ecosistemi. La crisi ambientale che stiamo affrontando non solo deve essere vista come un’opportunità economica, ma anche un’occasione da non perdere per rendere il luogo in cui viviamo socialmente più equo.

Quando parliamo di cambiamenti climatici dobbiamo sempre pensare ai riscontri sociali che hanno sulle popolazioni. Uno di questi, da tenere sempre a mente, riguarda i fenomeni di migrazione. L’aumento della temperatura a livello globale genera meccanismi a cascata che portano ad un aumenti degli eventi estremi (catastrofi naturali come ad esempio incendi e terremoti) che provocano effetti nefasti in quei luoghi dove non vi sono mezzi per adattarsi a questi cambiamenti. Degradazione della produzione agricola per siccità e dei servizi ecosistemici, aumento del livello del mare causano uno spostamento di intere popolazioni verso zone migliori. Lo sviluppo di strategie d’intervento in questo senso dev’essere appannaggio della comunità internazionale: rappresenta una sfida politica fondamentale non solo per la questione ambientale ma anche per prevenire l’aumento di forme di marginalità ancora più estreme e di conflitti sociali ancor più dilaganti. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni stimano che entro il 2050 saranno 200-250 milioni i rifugiati costretti a spostarsi dalle proprie terre per motivi climatici, con una media di 6 milioni di persone l’anno. Una nuova migrazione forzata di rifugiati climatici che rischia, in ogni caso, di trasformarsi in una gravissima crisi di difficile gestione. Si tratta di persone che saranno costrette all’esodo man mano che le condizioni di vita diventano più difficili per catastrofi meteo-climatiche come alluvioni, siccità, aumento del livello del mare, desertificazione, mancanza d’acqua, degrado degli ecosistemi.

L’investimento più importante per l’ambiente è quello che riguarda l’istruzione e
l’educazione delle nuove generazioni. Si tratta del percorso più efficace nel lungo
periodo. La consapevolezza dei nostri comportamenti e di ciò che comportano è
fondamentale per un processo di crescita sia dei singoli consumatori sia collettivo.
L’educazione al gesto risulta centrale: una volta effettuato può essere trasposto in
ambiti diversi da quello iniziale. Usare mezzi diversi dalla macchina, limitare lo spreco di
acqua, fare la raccolta differenziata, sono piccoli gesti di senso civico utili
nell’economia del sistema ambiente, ma a questi è necessario accompagnare una
consapevolezza che inserisca l’azione individuale in un contesto di giovamento
complessivo. E’ necessario che il Partito sia lungimirante e che guardi alle politiche
educative come volano per la sostenibilità ambientale, ma anche che non abbandoni
l’individuo a dover fare scelte etiche per lui inaccessibili, promuovendo un cambiamento
sistemico dei consumi a livello europeo e internazionale.

Capitolo 2: Formazione

È proprio dall’investimento sulle politiche educative che occorre partire per cambiare il nostro presente. La scuola dell’obbligo deve essere il luogo in cui si progetta la società di domani e il suo principale obiettivo dev’essere quello di formare la persona. Ad oggi l’Italia risulta tra gli ultimi paesi europei per investimenti sulla formazione. Si parla di investimenti corrispondenti a circa il 3,6% del PIL rispetto a una media europea che si aggira attorno al 5%. Da ciò consegue un tasso di abbandono scolastico del 14%, una scarsissima percentuale di giovani laureat* e una disoccupazione che colpisce un* diplomat* under 34 su due.

Non siamo stati in grado di riformare radicalmente, nei tempi del nostro Governo, un sistema educativo rimasto ingessato nella struttura e negli obiettivi sociali della Riforma Gentile. Dati alla mano, si può osservare come il passaggio tra le scuole medie e le scuole superiori rappresenti la prima causa della dispersione e dell’abbandono scolastico. I criteri pedagogici delle scuole primarie e delle secondarie risultano qualitativamente differenti: se le prime sono indirizzate verso lo sviluppo umano della persona, le seconde perdono progressivamente questo aspetto nella direzione di una didattica incentrata sul nozionismo. Il contesto delle scuole superiori appare, così, competitivo, elitario ed esclusivo, e si muove con metodologie didattiche che non guardano al pieno dello sviluppo della persona, bensì alla capacità della stessa di adeguarsi alle caratteristiche richieste per inserirsi in una società competitiva, instillando ne* student* un senso di sconfitta rispetto alle proprie peculiarità e al modo in cui esse esulano dagli standard imposti. Tali dinamiche conducono le persone più fragili a disturbi d’ansia, senso di solitudine e, troppo spesso, alla scelta di abbandonare la scuola: capitale umano che non siamo riusciti a valorizzare costringendolo ad un adattamento incentrato su meccanismi di verifica molto prima che sull’apprendimento. Occorrono misure che contrastino l’abbandono e che cambino radicalmente gli obiettivi formativi e pedagogici dell’attuale sistema scolastico, con l’ambizione di sostenere un modello alternativo di società, in cui il paradigma non sia più la gerarchia tra le classi sociali, ma la mobilità sociale, l’inclusione, l’equità garantite a tutta la cittadinanza

Riteniamo che sia di primaria importanza che la sinistra intervenga con una coraggiosa riforma dei cicli scolastici che ripensi il passaggio tra scuole medie e scuole superiori. Attualmente un* student* deve scegliere all’età di soli tredici anni tra un percorso di formazione liceale o professionale. La lettura dei dati conferma che tendenzialmente, ancora oggi, coloro che hanno una condizione familiare meno agiata scelgono una formazione professionale, e viceversa. Per questo è indispensabile istituire un biennio unitario, uguale per tutti gli istituti superiori, che permetta di procrastinare la scelta di un percorso di studi più specializzato all’età di quindici anni. Questo garantirebbe innanzitutto una scelta più consapevole della persona. Ci costringerebbe, inoltre, a un ripensamento degli obiettivi pedagogici della scuola nell’acquisizione di competenze trasversali necessarie per orientarsi in una società complessa come la nostra.

Risulta indispensabile garantire continuità di progettazione lungo tutto il percorso formativo. Per questi motivi, riteniamo necessaria una revisione delle competenze territoriali che assegni ai Comuni la gestione delle scuole superiori, attualmente ancora di competenza provinciale. È giusto garantire a ciascuna scuola la propria autonomia, ma è necessario che sia presente, in un dato territorio una strategia politica comune di lungo periodo, che armonizzi l’offerta formativa con i progetti delle singole scuole. È, inoltre, indispensabile che si provveda a una equa redistribuzione delle risorse, destinandole non alle scuole migliori, ma a quelle che dimostrano progressivi margini di miglioramento, così da garantire a tutti gli studenti un equo accesso al diritto allo studio.

La sinistra ha perso il dialogo costante con il suo popolo: gli e le insegnanti ne sono un esempio. È nostro dovere porre al centro di una ambiziosa riforma della scuola il prestigio sociale dell’insegnante. È indispensabile garantire una retribuzione più elevata, in linea con gli standard europei. A questo è rilevante affiancare l’investimento su un’adeguata formazione professionale. Occorre riformare il nostro sistema universitario nella direzione di una laurea magistrale abilitante per tutti i Corsi di Laurea. L’inserimento nel proprio piano di studi 24 CFU abilitanti risulta un investimento necessario nel breve periodo, ma non proficuo nel lungo. Costringe gli e le aspiranti insegnanti a un onere economico a cui i meno abbienti non possono far fronte. Inoltre, è inefficace nella misura in cui non guarda a una riforma complessiva delle metodologie didattiche. Riteniamo importante, inoltre, che si rimodulino le modalità di assegnazione dei punteggi nelle graduatorie a favore di documenti che attestino capacità di inclusione didattica, cooperazione e interdisciplinarità. Prato è una città in cui si possono sperimentare nuove forme di metodologia didattica, come dal protocollo Prato Integra Culture, in cui si integra all’approccio individuale, quello rivolto all’intera classe. È possibile potenziare questo attraverso l’erogazione da parte del Comune di corsi di formazione di metodologia didattica per BES, DSA e per l’insegnamento dell’italiano L2

 

La sinistra deve ambire a sconfiggere la povertà educativa, garantendo a tutt* le stesse opportunità di partenza. Primariamente, è opportuno ridurre l’adozione delle nuove edizioni dei libri di testo. A Prato l’adozione di nuove edizioni sfiora il 30%, rispetto al 10% previsto dalla normativa vigente, con un carico medio dell’ordine di 250/300 euro annui per famiglia. Per questo è importante istituire una rete con gli istituti scolastici per investire su forme di comodato d’uso annuale, anche digitale, rivolto alle scuole secondarie attraverso il sistema bibliotecario provinciale. E’ opportuno favorire l’accesso ai libri facilitati per gli studenti e le studentesse con difficoltà di apprendimento, come BES, DSA o apprendenti italiano L2. E’ importante fare rete fra le esperienze virtuose presenti istituendo una piattaforma digitale comunale che favorisca lo scambio di materiale didattico e delle buone pratiche, suddivisi per cicli scolastici e accessibile a tutti i docenti della provincia di Prato. È necessario, poi, investire sulle agevolazioni economiche, attraverso delle convenzioni con le categorie economiche e le istituzioni culturali per garantire sconti sul materiale didattico, sulla cultura, e sui luoghi di ristoro che abbiano vocazione aggregativa. Infine crediamo che nella nostra società globalizzata i percorsi di istruzione all’estero siano determinanti per la formazione della cittadinanza. Questi sono occasioni di cooperazione, apprendimento linguistico, autonomizzazione. Così, risulta importante investire sulla relazione fra gemellaggi e scuole secondarie, ampliando la partecipazione soprattutto a percorsi sulla Memoria di ieri e di oggi, e garantire fondi alle scuole per la partecipazione de* student* in difficoltà alle gite d’istruzione.

La Scuola è il luogo in cui si dovrebbe coltivare la conoscenza del proprio sé, dell’altro e del mondo. Sin dai primi contesti educativi, la conoscenza dell’altro è l’unica strada da percorrere per abbattere i pregiudizi. Crediamo che sia necessaria una didattica alternativa che guardi al benessere psicologico de* student* e del gruppo classe, attraverso percorsi continuativi a cadenza semestrale, con la guida di figure addette, come psicologi e counselor. Inoltre è necessaria la formazione dei docenti per fornire loro i mezzi per affrontare situazioni di difficoltà. Inoltre, è importante istituire l’insegnamento dell’educazione civica per costruire il senso di appartenenza a una comunità. Inoltre, sin dai primi contesti educativi, la conoscenza dell’altro è l’unica strada da percorrere per abbattere i pregiudizi. In questo senso, occorre superare la tradizionale separazione tra discipline. Un approccio interdisciplinare ha l’obiettivo, infatti, di ricomporre in senso intersettoriale la conoscenza del mondo, permettendo di interpretarlo nella sua interezza. Le nuove tecnologie risultano uno strumento di facilitazione in questo senso, orientando *l* student* al mondo del web e dell’informazione con metodi di selezione delle fonti.Sono, inoltre, indispensabili alcune revisioni delle discipline. Come prima cosa l’ora di Religione cattolica deve diventare l’ora di Storia delle religioni, per poi arrivare ad una maggiore attenzione all’insegnamento della lingua, ponte verso il mondo europeo ed extraeuropeo.

Sia la Scuola Pubblica che l’integrazione hanno lo scopo di dare agli individui tutti gli strumenti affinché possano rendersi utili alla comunità, sentirsi inclusi e trovare una stabilità, prevenendo i disagi derivanti dal senso di esclusione. Le ragazze e i ragazzi stranieri sono più soggetti all’abbandono scolastico: a Prato circa la metà degli studenti che abbandona ha origine straniera. Risulta quindi centrale la formazione dei docenti attraverso corsi di formazione periodici che li aggiornino su interculturalità, antropologia e insegnamento dell’italiano L2. Inoltre, la realtà multi-linguistica in cui gli insegnanti si trovano ad operare è complessa, e ci pone di fronte all’obbligo di interrogarci sulla distribuzione sproporzionata di insegnanti e student* che non parlano l’italiano come lingua madre. La mediazione culturale tra scuola e famiglie, poi, è sempre più importante in un contesto sociale eterogeneo come quello che oggi rappresenta la classe.

 

Secondo noi, la scuola non può essere un’isola senza alcun ponte con la realtà. La scuola deve essere il motore propulsivo della società, proponendo un modello inclusivo dei rapporti sociali e garantendo l’acquisizione di skills trasversali, come la capacità di coworking, l’interdisciplinarietà e il rispetto dell’altro. Vogliamo farci promotori dell’idea per cui il contributo sociale di qualsiasi studente o studentessa messo a disposizione della comunità venga premiato, non ostacolato.

Riteniamo indispensabile, poi, cambiare la concezione di scuola pubblica nei suoi tempi e gli spazi: le classi non devono più essere luogo in cui si somministrano nozioni, ma luoghi aperti in cui relazionarsi e imparare. Inoltre, siamo del parere che la scuola non debba essere vissuta soltanto in orario curriculare, ma che debba aprirsi e offrire opportunità formative extracurriculari dando ulteriori opportunità di riscatto sociale a coloro che hanno un background culturale più fragile. In questo senso, come Giovanile possiamo guardare alla scuola pratese come esempio di convivenza e opportunità di riqualificazione sociale e urbana della nostra città. Infatti le dimensioni limitate, la eterogeneità nella distribuzione delle scuole sul territorio, il multiculturalismo e la presenza di un associazionismo e cooperativismo radicati possono fare di Prato un laboratorio per sperimentare nuove forme di partecipazione democratica.

Crediamo che la Scuola Pubblica abbia il ruolo primario di formare dei cittadini, prima di tutto, e non dei lavoratori altamente specializzati. Vogliamo che l’esperienza dell’alternanza prediliga, indifferentemente dagli indirizzi superiori scelti, le realtà sociali e di volontariato che nella nostra società sono presenti. Inoltre, è indispensabile che la scuola formi futuri cittadini e future cittadine coscienti dei propri diritti e capaci di non subire alcuna forma di abuso. Per queste ragioni proponiamo di impiegare parte del monte ore dell’alternanza scuola-lavoro in percorsi sul diritto del lavoro e di cittadinanza attiva. Per fare questo occorre che la Provincia faccia rete tra le scuole superiori, i sindacati, il terzo settore e la Camera di commercio nell’ottica di una progettazione didattica condivisa.

Investire sulla conoscenza e sulla cultura significa anche pensare a nuove opportunità in termini di sviluppo socioeconomico. E’ necessario, dunque, che il PD pratese sappia disegnare una città capace di guardare a nuove competenze e a nuove figure professionali. Solo una politica lungimirante che guarda al futuro è capace di rispondere al senso di precarietà che contraddistingue la nostra generazione. Ecco perché diviene centrale investire su luoghi di cultura e aggregazione decentrati come strumenti di deterrenza contro l’abbandono scolastico e al tempo stesso di riqualificazione delle frazioni di Prato, garantendo servizi anche per coloro che hanno difficoltà a raggiungere le zone più centrali.

Con il 28% della cittadinanza pratese composta da under 30 è importante dotarsi di un sistema di rete fra i servizi già esistenti dedicati a* giovani e investire su ulteriori progetti per le nuove generazioni: dal lavoro all’istruzione e al tempo libero. A questo proposito pensiamo all’area del futuro Parco Urbano come una vera cittadella del giovane che connetta tra loro e con il centro della città le aree di via Genova, del piazzale Ebensee e di Piazza dei Macelli attraverso piste ciclabili e un adeguato trasporto pubblico. Officina Giovani può esserne uno degli attori principali, in termini di qualità dei servizi e di investimenti su nuove figure professionali. La immaginiamo come un luogo capace di investire sulla produzione letteraria mettendo a disposizione spazi e luoghi di coworking affiancati a vere e proprie opportunità di lavoro per giovani artist*, prevedendo bandi pubblici di concorso e convenzioni con il mondo dell’editoria. Considerato che sono 8.000 gli studenti universitari della nostra città, 200 i fuori sede che studiano al PIN, e 1200 quelli delle Università straniere, crediamo che sia necessario investire su una città a vocazione universitaria, costruendo un sistema di servizi a misura di student* che ruota intorno al PIN nell’idea di concepire il Centro Storico come un vero e proprio Campus Universitario.

Capitolo 3: Lavoro

Il tema del lavoro non è più appannaggio della sola sinistra. Il lavoro è il fulcro della società in cui viviamo, ed è divenuto terreno di conquista delle destre populiste, dove è facile far presa con slogan divisori, alla ricerca di un capro espiatorio. Ripiegato sulle amministrazioni, spesso chiamate a risolvere problematiche contingenziali, il Partito non ha dato una visione lungimirante che includa la società del lavoro, nelle sue contraddizioni e nelle sue problematiche. Siamo stati incapaci di trovare soluzioni e ci siamo attardati nell’analisi delle trasformazioni del mondo del lavoro. In più abbiamo perso il rapporto con coloro che potevano aiutarci a restare in contatto con la cittadinanza e con i mutamenti in atto: i sindacati, le associazioni, i corpi intermedi.

In una generale crisi della rappresentanza, ci siamo disgregati ulteriormente, senza tentare di superarla insieme. Rifondare un’alleanza con questo mondo è la necessaria base per la costruzione di un progetto a lungo termine, partendo da un’analisi scientifica del contesto lavorativo, fino a contrastare l’isolamento e la solitudine sociale. Oggi abbiamo bisogno di una sinistra che si opponga al neoliberismo, che ha esasperato la competizione marcando i caratteri divisivi e disgregatori della società. Le nuove forme di sfruttamento hanno terreno fertile grazie alla solitudine e alla mancanza di potere contrattuale che ognun* sperimenta di conseguenza. Il posto di lavoro è percepito come una concessione, chi lavora diviene mera merce o voce in bilancio, vittima di un precipitoso aggravarsi della forbice delle disuguaglianze. Il mercato promuove forme di contratto dove si è responsabili per il proprio lavoro, ma non i principali beneficiari: è il caso dei contratti a collaborazione, del nuovo uso delle partite IVA. E’ la gig economy o lavoro intermittente, dove le condizioni sono comunque imposte. Non possiamo accettare che si raschi il plus-valore dalla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici.

Il progetto del nuovo statuto dei diritti, promosso dai corpi intermedi, deve essere

recuperato e migliorato, per superare i contratti atipici e costruire una politica sul lavoro trasversale e completa. Serve una politica nuova, che metta al centro la persona prima del lavoro che svolge o del mercato in cui è inserita. Serve stimolare un dibattito culturale che cerchi alternative ad un sistema lavorista e neoliberista, per una società inclusiva anche per chi non è grado di produrre. La nostra generazione, in particolare, non possiede gli strumenti per difendersi dagli sfruttatori e cade sempre più spesso in situazioni di disagio, illegalità, schiavismo e precarietà. La confusione creata dalla miriade di tipologie di contratti, di stipendi e di lavori rende difficile conoscere i propri diritti, e di rado ci si rivolge ad un sindacato. I contratti a tempo determinato rendono ricattabili i lavoratori e le lavoratrici, costrett* in una ciclica situazione che oscilla tra la ricerca del lavoro e il mantenimento dello stesso, al prezzo della stabilità e della rivendicazione di una paga dignitosa. Di fronte a questo enorme problema, la Giovanile si propone di unire, informare e dar voce a tanti lavoratori accomunati dalla piaga dello sfruttamento.

Riteniamo necessario investire sulle politiche educative non solo per prevenire l’abbandono scolastico, ma anche per ridisegnare il rapporto con il mondo del lavoro. In effetti, fare i conti con un tasso così alto di abbandono significa porci il problema della presenza di una fetta di popolazione priva di competenze flessibili da inserire nel circuito, con il rischio di alimentare il serbatoio dei NEET.

Inoltre, ad oggi, percorsi professionali formano una classe lavoratrice iperspecializzata, con competenze che rischiano di non risultare al passo con l’attuale richiesta del mercato del lavoro. È indispensabile, dunque, che la scuola ponga le basi per l’acquisizione di skills trasversali. Oggi il rischio è che l* student*, senza possibilità di obiezione, si inserisca nel contesto della ricerca di un lavoro senza competenze riconosciute, senza abilità appetibili: sarà merce sul bancone di un’asta a ribasso, in una società dei consumi che pone come unica ambizione un’alta retribuzione. Ciò non significa che la scuola debba formare i futuri lavoratori e lavoratrici. Il rischio è che la formazione al mondo del lavoro sia completamente a delega esterna: si inserisce l’alunn* in un’azienda, spesso senza coscienza dei propri diritti e senza aver sviluppato quelle competenze che solo la scuola ha il dovere di fornire.


La formazione dev’essere continua e inserirsi in tutte le fasi della vita di una persona, così da darle strumenti per orientarsi ed esprimersi in un contesto lavorativo di forte flessibilità. Costruire un sistema di continuo aggiornamento è utile non solo ai fini produttivi, aumentando le possibilità di crescita e sopravvivenza di un’azienda, ma migliora anche il rapporto di fidelizzazione dei lavoratori. Tuttavia questa rappresenta una voce di spesa nel bilancio che diventa difficile da sostenere nel caso delle piccole e piccolissime imprese. La mobilità lavorativa si è arrestata a causa di una scarsa offerta di corsi di formazione: per le aziende è più importante l’esperienza lavorativa rispetto a un corso di formazione e, nel caso di mancanza di esperienza, preferiscono assumere un giovane lavoratore. Si potrebbe pensare all’istituzione di corsi di formazione tenuti da lavoratori a fine carriera o già pensionati: una mansione integrativa su base volontaria che crei un circolo virtuoso di formazione. Formare il lavoratore disoccupato e renderlo appetibile per il mercato non è scontato, e in questo senso abbiamo bisogno di investire nella ricerca predittiva del lavoro; è inoltre importante investire in politiche attive di reinserimento e negli ammortizzatori sociali così da prevenire il rapporto tra solitudine e disoccupazione che crea un circolo vizioso di esclusione e autoesclusione.

In questo contesto, i tirocini sono stati pensati come un’opportunità formativa di inserimento verso il mondo del lavoro. Nel corso del tempo, però, essi hanno rappresentato uno dei canali di sfruttamento lavorativo e svilimento della formazione per eccellenza. Se un tempo non erano neanche retribuiti, oggi, in molti casi, sono mal retribuiti e non garantiscono l’acquisizione di nuove capacità. In particolare, è l’anello più debole – la nuova generazione – quello più predisposto a farsi privare dei propri diritti: è la gavetta, il primo lavoro, non si hanno contatti, esperienze né orientamento sufficienti. Pensiamo che forme di contratto come i tirocini non debbano servire per produrre forza lavorativa, ma rappresentare un canale importante per costruire una società che controlla e gestisce la transizione tra formazione e lavoro. E’ indispensabile una chiarezza formale sulle mansioni da svolgere, sugli obiettivi formativi prefissati, sull’ammontare orario settimanale, sul compenso. Quest’ultimo dev’essere dignitoso, così da consentire la partecipazione anche de* giovani meno abbienti. Queste riflessioni ci hanno portato a un percorso già avviato con i sindacati CGIL, CISL, UIL, attraverso l’approvazione della mozione sui tirocini comunali, con un aumento del 20% del compenso mensile e la riduzione a 25 ore settimanali del monte orario.

La nostra ambizione è che tutti i tirocini svolti in Toscana seguano questa direzione. La sinistra deve interrogarsi sui nodi cruciali della formazione e delle nuove forme di sfruttamento lavorative, ma soprattutto sul rapporto che intercorre tra queste fasi della vita, rappresentato sempre più dalle forme contrattuali dei tirocini, e schierarsi contro il principio di svalutazione del costo del lavoro.

A Prato esiste un sistema illegale nel distretto che trova forza nello sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici: è inaccettabile che ci sia chi si arricchisce sfruttando altri esseri umani: dobbiamo combattere questo fenomeno in favore della legalità. Il sistema illegale di sfruttamento è adattabile e versatile, capace di mutare velocemente contaminando settori attigui tra loro. Si rende così difficile un’azione di contrasto efficace, se non si prevede l’intervento congiunto da più fronti. La vigilanza e il controllo sulle aziende devono tener conto dell’interdipendenza delle componenti del sistema illegale, andando a colpirne i punti nodali per rompere la catena produttiva. Le leggi per farlo già ci sono (603bis sullo sfruttamento e legge sulla responsabilità in solido), ma vanno applicate e per farlo c’è bisogno di un forte intervento dello Stato. Una risposta politica alla competizione sleale può essere anche quella di incentivare sul mercato i Brand collettivi che certificano la qualità ma anche la sostenibilità sociale e ambientale del prodotto, alleggerendo la pressione fiscale alle aziende che investono nel welfare aziendale, e costruire con loro una rende di alleanza: pratiche fondamentali per condividere un piano progettuale di sviluppo industriale.

 

Ad oggi una vittima di sfruttamento non è portata a denunciare, poiché non viene garantita continuità lavorativa e difficilmente si sceglie di sottoporsi alla perdita del lavoro, a maggior ragione quando si è ricattabili, soli, privi di rappresentanza, in un contesto in cui la forza lavoro disponibile a sottoporsi a condizioni di sfruttamento eccede. Questo fenomeno colpisce maggiormente coloro che sono privi di una rete di sostegno forte: chi ha un welfare familiare debole, chi vede dipendere dal mantenimento dell’occupazione la validità dei propri documenti, chi non ha la famiglia in questo paese, chi subisce forme di discriminazione. E’ importante garantire l’accesso a percorsi di reinserimento che diano prospettive alternative, insieme ad una semplificazione delle richieste di ingiunzione di pagamento, anche tramite la responsabilità solidale dei committenti.

Capitolo 4: Equità

Troppo spesso, anche a sinistra, si confondono il merito con i privilegi delle classi abbienti, le trappole di povertà con la mancanza di dedizione. Gli attuali livelli di disuguaglianza estrema sono spesso frutto di eredità, monopoli e iniquità sistemica e strutturale. Anche nei contesti locali chi ha un bagaglio sociale svantaggiato ha meno possibilità di dimostrare il proprio valore. La sinistra deve tornare a parlare in termini di strati sociali; una sinistra che da trent’anni almeno trova il proprio interlocutore solamente nella classe media. Nel fare ciò è dirimente mantenere un approccio intersezionale, ponendo attenzione ai gruppi sociali che vedono accavallarsi più ostacoli: reddito basso, discriminazioni in termini di genere, etnia, orientamento sessuale, abilità e così via. Difatti, le disuguaglianze si aggravano notevolmente quando ci si riferisce alle categorie marginalizzate. Non dobbiamo temere di abbandonare tanto le idee di libero mercato che hanno caratterizzato le ultime fasi della vita del Partito quanto la nostra complicità con un sistema che schiaccia gli ultimi: facciamoci promotori di un’economia fondata sull’inclusione, sulla valorizzazione delle diversità, sulla tutela sociale, sulla rappresentanza.

Per eliminare la povertà estrema dobbiamo eliminare anche l’estrema ricchezza.

La sinistra, a livello globale, deve portare avanti una battaglia unitaria contro il dumping sociale, la delocalizzazione, lo sfruttamento, la pratica di ricercare sacche di popolazione particolarmente fragili e ricattabili; e deve imporsi nel limitare l’influenza dei soggetti ricchi nei processi di definizione delle politiche pubbliche e nel far sottostare le multinazionali a procedure obbligatorie di responsabilità relative al complesso delle loro filiere, per garantire che i lavoratori e le lavoratrici ricevano un salario dignitoso; è una battaglia che si associa a quella contro i paradisi fiscali, con i quali si sfugge all’obbligo di pagare la propria giusta quota di imposte sul patrimonio, sulla proprietà, sulle successioni, sul capital gain.

Uno strumento potrebbe essere quello d’incrementare le aliquote fiscali sui redditi più elevati e la relativa riscossione. La corsa globale al ribasso nel campo della fiscalità d’impresa deve essere arrestata: crediamo che i negoziati debbano svolgersi sotto la responsabilità di un nuovo organismo fiscale internazionale che garantisca la partecipazione di tutti i Paesi.

 

Il diritto alla casa

Nella Costituzione italiana il diritto all’abitazione è richiamato all’art. 47 e in ripetute sentenze della Consulta: “il diritto a una abitazione dignitosa rientra, innegabilmente, fra i diritti fondamentali della persona” (Corte cost. sent. n. 119 del 24 marzo 1999). Secondo le stime effettuate da Federcasa in collaborazione con Nomisma, circa un milione e 708 mila famiglie italiane si trovano attualmente senza una casa. L’edilizia popolare resta una speranza per una grande fascia di popolazione, corrispondente alle circa 4 milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà.

Attualmente, sarebbero 650 mila le famiglie in graduatoria per una casa popolare, con l’ulteriore problematica dei bassissimi tassi di turnover provocati dalla difficoltà ad emanciparsi e a uscire alla soglia di povertà estrema.

Al Giugno 2018 erano 1800 gli alloggi di edilizia pubblica già assegnati, con altrettanti soggetti in lista di attesa con tutti i requisiti per avere un alloggio popolare. Un bisogno al quale Prato non riusciva a rispondere per mancanza di un numero sufficiente di alloggi. Diversi sono stati i tentativi che, anche grazie ai finanziamenti regionali, sono stati messi in atto per compensare la carenza di alloggi a disposizione dell’edilizia pubblica, ma non siamo ancora giunti ad una soluzione: quasi 2000 famiglie sono ancora oggi in attesa di una casa e rispondono a tutti i criteri. La Casa, in quanto diritto fondamentale e costituzionalmente sancito, dovrebbe culturalmente essere concepita come un bene comune: anche chi non ha bisogno di accedere ai benefici dei servizi comunali deve contribuire a pagare per le formule di edilizia messe in campo dalle istituzioni, così da garantire a ciascun* cittadin* una vita dignitosa.

 

L’edilizia pubblica tenta di rispondere all’emergenza abitativa ma ci sono molteplici problematiche in termini di risorse, di criteri per dare e togliere la casa, di assenza di turnover, di individuazione dell’ente gestore.

Una politica di sinistra deve avere il fondamentale obiettivo di garantire questo diritto mettendo a sistema delle risposte che vadano a creare un’infrastruttura che preveda una reale presa in carico da parte degli enti gestori. Puntando sul social housing, incentivando una mixité che prevenga la ghettizzazione, tassando in modo particolarmente disincentivante il possesso di case inabitate è possibile tentare di muoversi in questa direzione; la manovra di GiovaniSì può inoltre essere ampliata, allargando i criteri per ricevere un aiuto economico a chi ha già una affitto. E’, infine, tempo di Investire su microgruppi, piccole comunità che vivano insieme responsabilizzandosi a vicenda per andare oltre la logica che solo la famiglia ha diritto ad assistenza in questo senso.

Quello della disabilità è un tema complesso che non può essere trattato dal lato meramente sanitario. La differenziazione delle forme di disabilità e la pluralità delle risposte di cui necessitano obbligano innanzitutto a una riflessione: non vi sono persone che sono di per sé portatrici di handicap, ci sono persone diverse che incontrano elementi handicappanti: barriere architettoniche e culturali, mancanza di mezzi, assenza di accessibilità, carenza di strutture adeguate all’accoglienza delle diversità. Una società che dia dignità alla persona deve dotarsi di tutti gli strumenti necessari affinché ogni cittadin* possa partecipare attivamente alla sua vita economica, sociale, culturale, usufruire dei propri servizi ma anche del proprio patrimonio lavorativo, artistico, relazionale.

Le persone con disabilità che vivono condizioni di svantaggio ed esclusione hanno il diritto di essere accompagnate dallo Stato e, a livello locale, dalle istituzioni competenti attraverso il proprio inserimento e la propria realizzazione. Inoltre, l’approccio assistenziale volto a spezzettare l’individuo e la sua patologia in una serie di fasi della vita e ad agire su di esse rischia di essere parziale e disconnesso, lasciando vuoti di presa in carico; è fondamentale lavorare invece sul progetto di vita e sulle potenzialità della persona, rilanciando innanzitutto i patti territoriali con tavoli di rappresentanze e assicurando la continuità dei percorsi socio-terapeutici, che non sfociano in autonomia lavorativa e alloggiativa a causa dello scollegamento tra le varie forme di assistenza. E’ inoltre fondamentale combattere lo stigma e creare una cultura dell’inclusione che valorizzi le diversità: l’aspetto culturale della questione è impossibile da trascurare, di fronte ad aziende che preferiscono pagare multe che superano il salario del lavoratore con disabilità pur di non doversi preoccupare di assumerlo.

Secondo l’OMS, tra le prime 10 cause di disabilità, a livello globale, ben 4 riguardano la salute mentale: depressione, disturbi da abuso di alcol, schizofrenia e disturbo bipolare. La maggior parte dei disturbi mentali insorge negli anni compresi tra i 15 e i 25, nella difficile transizione dalla minore alla maggiore età. In Italia ansia, depressione e disturbi del comportamento alimentare hanno la meglio sulle altre forme di malessere.La salute mentale e il malessere psicologico sono troppo spesso ridotti a questioni secondarie rispetto alla salute del corpo e alla resto delle problematiche riguardanti la sanità. Riteniamo fondamentale intraprendere iniziative atte a contrastare la stigmatizzazione e il pregiudizio verso le persone che sono afflitte da questo genere di patologie e disturbi e le loro famiglie, che aumentano le disuguaglianze e danneggiano la riabilitazione. E’ importante prendersi la responsabilità di contrastare il fenomeno e le sue concause: tra queste, l’indigenza è un forte motore di malessere e disturbi mentali. La povertà e la marginalità hanno numerosi riverberi sulla cognitività del soggetto. Questo in un contesto estremamente competitivo e individualista, che acuisce, nei giovani, il senso di smarrimento dovuto alla transizione verso un’età adulta che sempre meno coincide con il raggiungimento della propria indipendenza economica. Crediamo che sia imprescindibile la presenza di figure formate su questi aspetti all’interno del sistema scolastico, capaci di indirizzare l* student* e di aiutarl* nel processo di accettazione individuale e sociale. Oltre a combattere le cause di stress, solitudine e depressione è importante prevenire e combattere ogni comportamento lesivo della persona: dalla scuola al mondo del lavoro, passando per il web, è fondamentale agire contro ogni forma di bullismo, cyberbullismo, mobbing, molestia e discriminazione.

 

Allo stato attuale il carcere non esprime alcuna capacità riabilitativa del soggetto nel sistema sociale che dovrà accoglierlo a fine pena, né costituisce uno strumento efficace di riduzione della criminalità nel medio e nel lungo periodo. Dobbiamo saper guardare allo svantaggio sociale con attenzione e a porre come condizione per uno sviluppo sociale equo una maggiore inclusione di quanti sono, per motivi diversi, ai margini della società. I percorsi di formazione, accompagnamento e inserimento lavorativo hanno lo scopo di ridurre la recidività, rafforzare la coesione sociale e, in più, di non disperdere l’investimento nel* cittadin* che viene fatto attraverso il carcere stesso. Laddove permane uno stato di isolamento fisico e temporale, dobbiamo combattere l’esclusione, accompagnare nella responsabilizzazione e della conoscenza dei propri diritti e doveri, assicurare una maggiore percentuale di educatori, investire nell’emancipazione e nel superamento delle difficoltà legate a dipendenze e comportamenti lesivi del prossimo o di loro stessi. In questo senso, centrale è la garanzia di un’assistenza psicologica e psichiatrica costante all’interno delle strutture di detenzione.

Oggi viviamo in una società digitalizzata che è sempre connessa con il mondo dei social, e comunque è sempre a contatto con il mondo del web. Il “digital divide” è il divario esistente tra chi ha accesso effettivo ai dispositivi tecnologici (in particolare personal computer e internet) e chi ne è escluso, in modo parziale o totale. I motivi di esclusione dall’accesso ai servizi e alle piattaforme telematiche comprendono diversi fattori, tra i quali: la povertà, l’istruzione, il genere, l’età anagrafica; è un problema che è diffuso in tutto il mondo, infatti vi sono paesi dove avere l’accesso ad internet è simbolo di privilegio economico. Garantire l’accesso ad internet alle persone che vivono in condizioni di marginalità significa contribuire a fornire loro strumenti concreti per uscire dal circolo vizioso della povertà, che trascina verso carenza di mezzi economici, culturali, informativi, relazionali, digitali. Il recupero di capabilities che passa dall’accesso a internet è un solo elemento, ma centrale se si vuole interrompere questo circuito di esclusione. La sinistra dovrebbe interrogarsi anche su queste nuove forme di esclusione e battersi affinché le città e le periferie offrano punti di accesso al web nelle aree pubbliche.

La gestione del tempo quotidiano è centrale nella stima del benessere della cittadinanza, e la conciliazione tra le varie attività ne rappresenta un aspetto cruciale: l’aspetto economico-lavorativo è solo uno dei fattori nel definire lo sviluppo sociale. Indicatori come i BES (Benessere Equo e Sostenibile) devono essere centrali per un Partito di sinistra troppo spesso schiacciato sulle analisi sul PIL. Questo è emblematico della linearità e dell’assenza di multidimensionalità con cui si intendono le politiche di sviluppo, inteso quasi esclusivamente in termini di crescita economica. Oggi la sfida più grande è trovare un equilibrio tra il tempo dedicato al lavoro salariato e le altre attività. Il tempo, come il reddito, è condiviso tra i membri del nucleo familiare/abitativo, ma i membri di questi nuclei stanno diminuendo, e il tempo ne risente nella distribuzione nelle varie attività. In sintesi, superando il sistema familiare classico e numeroso, storicamente caratterizzato da squilibri e polarizzazioni di età e di genere, la questione si arricchisce di un altro problema: come creare un sistema redistributivo del tempo e condividerlo equamente. Un’economia fondata sulla flessibilità e l’immediatezza ha modificato profondamente la gestione tradizionale dei tempi lavorativi; i mutamenti tecnologici hanno favorito, d’altro canto, la permeabilità tra vita professionale e vita privata. La maggiore flessibilità negli orari di lavoro è potenzialmente un valido strumento di conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, nel caso in cui non sia una condizione subita. Il sovraccarico di impegni che caratterizza la vita quotidiana de* occupat*, e delle donne in particolare, si traduce in una minore disponibilità di tempo libero e di tempo da dedicare a se stess* e ai propri cari, ed espone a condizioni di stress che minano la qualità della vita ed il benessere psico-fisico dei lavoratori e delle lavoratrici. I dati Eurostat 2018 indicano che il tempo che si trascorre in presenza di altre persone diminuisce con l’avanzare dell’età. Infatti scuola e lavoro riempiono gran parte della vita di ogni individuo e determinano la più grande fetta di relazioni interpersonali che ci rendono aggregati e non più singoli soggetti che condividono uno spazio. Le sperimentazioni sulla settimana breve sono incoraggianti anche in termini di produttività, e crediamo che una riflessione nazionale su questo favorirebbe anche l’obiettivo della piena occupazione. Individuare anche una diminuzione progressiva negli ultimi anni di lavoro renderebbe più sostenibile il passaggio da età produttiva all’età pensionabile.

Le nuove tecnologie e l’automazione sono spesso individuate come piaghe che nel prossimo futuro ridurranno i lavoratori e le lavoratrici in miseria, sostituendoli o costringendoli a rendere conveniente l’acquisto del loro tempo attraverso forme di lavoro sempre più logoranti e meno retribuite. Questa visione è figlia dell’idea che l’innovazione, in un contesto di libero mercato e competizione spietata, rappresenti un ulteriore elemento di allargamento della forbice delle disuguaglianze sociali, poiché a dover competere con più impegno sono coloro che non possono tirarsi indietro dalla corsa. Tuttavia non c’è sviluppo senza equità, non c’è crescita del benessere se non ci si assicura che i mutamenti sociali e le innovazioni non apportino beneficio alla collettività. L’automazione, se gestita e non lasciata alle logiche di mercato, può ridurre la quantità di lavoro gravoso, rischioso o degradante; ma può farlo soltanto se i benefici sono equamente distribuiti. Abbiamo la possibilità di redistribuire l’ammontare delle ore di lavoro assicurando una piena occupazione: guardando al futuro del lavoro, dobbiamo tenere presente il valore di quelle interazioni umane che non potranno mai essere replicate dalle macchine acquisteranno un nuovo valore. Tra queste si annoverano le interazioni attualmente considerate come lavoro di cura non retribuito.

Capitolo 5: Uguaglianza di Genere

Come Giovani Democratici crediamo sia fondamentale lottare contro ogni forma di discriminazione, sia essa di tipo sessista, omobitransfobico, classista, abilista o specista, e ci proponiamo di diventare un safe space per chiunque. Per questo motivo, la Giovanile assume tra i suoi valori principali quello del femminismo intersezionale e si impegna a lottare affinché il Partito Democratico e la sinistra italiana orientino le proprie politiche e il proprio linguaggio in base al rispetto di questo. Il femminismo intersezionale si basa sul riconoscere ogni forma di oppressione ed esclusione, concependo come queste non siano separate e distinte ma possano ricadere contemporaneamente sulla stessa persona. Il sistema patriarcale – colonna portante del capitalismo – privilegia una percentuale limitata di popolazione ed opprime in maniera sistematica altre categorie. Il femminismo intersezionale dà voce e tutela comunità che da sempre sono state ignorate o ostacolate, sia quando ne è stata negata l’esistenza sia quando a parlare per loro è stata una classe politica ancora disinformata e non rappresentativa nella sua composizione. Nella nostra visione di società democratica ogni minoranza, ogni segmento di popolazione, con tutte le sue istanze, ha il diritto ad avere una rappresentanza politica. Ci piacerebbe che, in quanto partito di centrosinistra, il PD fosse il mezzo per queste persone di riappropriarsi dello spazio finora negato. Nell’impegnarsi a promuovere politiche volte a superare le discriminazioni subite dalle minoranze, è necessario che il Partito si ponga prima di tutto in un atteggiamento di ascolto. Infatti chi si trova in una posizione di privilegio deve basare il suo agire a servizio delle necessità di chi invece è oppresso e deve essere pronto a decostruire le sue credenze pregresse – anch’esse frutto del sistema patriarcale – per sostituirle con una visione di società più complessa, inclusiva e rappresentativa. Secondo noi, dunque, il Partito deve essere pronto a formarsi su tematiche che ancora sono considerate avanguardistiche ma che hanno come solo obiettivo quello di dare una voce ed una dignità a chi da sempre è stato vittima di oppressione e di mancato riconoscimento.I segmenti di popolazione per cui lotta il femminismo intersezionale sono spesso sottorappresentati a livello politico e di conseguenza lo sono le loro istanze. Come Giovanile, crediamo nel ruolo chiave della rappresentanza e ci poniamo quindi come regola quella di un dialogo dal basso e costante con le comunità oppresse, prive di visibilità e diritti – e con le associazioni che sul nostro territorio si occupano di questi temi. L’obiettivo è quindi quello di costruire proposte politiche e, attuare la nostra visione di società non per ma con loro, senza mai sostituirle nella battaglia ma facendoci guidare e mettendoci a loro disposizione.

Come è già stato ribadito, la Giovanile si impegna a pensare e lavorare in ottica di femminismo intersezionale. Per questo, riteniamo che il Partito Democratico debba necessariamente avere antisessimo e lotta alle disuguaglianze di genere come priorità e colonne portanti del suo agire. Tra gli obiettivi della Giovanile c’è quindi quello di promuovere – e spingere affinché anche il Partito Democratico le porti avanti – politiche femministe, che non si limitino a misure d’emergenza ma che lavorino in maniera sistemica per sradicare il sistema patriarcale e le discriminazioni di genere. Per capire quali sono le iniziative di tipo politico e sociale effettivamente utili a combattere l’iniquità, è necessario anteporre una conoscenza approfondita del fenomeno attraversi strumenti come il bilancio di genere, che analizza e valuta le scelte politiche ed economiche in ottica di genere.

 

In particolare, riteniamo che sia necessaria una progettualità di lungo periodo per la lotta ad un fenomeno complesso e diffuso come quello della violenza di genere. Secondo i dati Istat, il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale; per 13,6% delle donne, la violenza è stata inflitta dal partner o dall’ex partner. Nell’affrontare questo tema, è imprescindibile l’ascolto e la collaborazione con le realtà che quotidianamente se ne occupano e che lo conoscono da vicino. Nel 2017, sono state 43.467 le donne in Italia che si sono rivolte a Centri Antiviolenza e anche a livello locale i dati mostrano la necessarietà del lavoro svolto dal Centro antiviolenza La Nara.

È tuttavia necessario rendersi conto di come la violenza di genere sia un fenomeno che poggia le sue fondamenta su una cultura patriarcale diffusa nel nostro paese, che anche quando non sfocia nella violenza fisica, ostacola e previene l’uguaglianza di genere e rafforza gli stereotipi. Di conseguenza, è necessaria una visione politica che inquadri la violenza di genere all’interno di un contesto più ampio. Anche a livello comunicativo, ad esempio, il Partito Democratico deve farsi promotore di una cultura che condanni ogni rappresentazione della donna contenente in sé presupposti sessisti e discriminatori.

Come Giovanile, crediamo inoltre che parte della cultura patriarcale si possa decostruire garantendo pari opportunità di accesso, carriera e guadagno all’interno del mondo del lavoro. Come si evince dai dati, in Italia il divario tra il tasso di occupazione delle donne e quello degli uomini è del 18.9%; in particolare, il tasso di disoccupazione delle donne con almeno un figlio è dell’11,1% (contro il 3,7% della media europea). è evidente come la scelta della genitorialità impatti diversamente uomini e donne a livello lavorativo e come questa tipologia di discriminazione prevenga le lavoratrici dal perseguire una carriera coerente con i loro studi e i loro obiettivi; a nostro avviso il Partito Democratico dovrebbe prevenire questa situazione anche promuovendo una diversa cultura della vita di famiglia e della divisione dei compiti domestici, con mezzi quali un’equa ripartizione del congedo parentale tra entrambi i genitori. Inoltre, è necessario tenere in conto che in Italia i lavori di cura familiare e dei soggetti più fragili sono ancora svolti prevalentemente dalle donne

– secondo i dati ISTAT, il 76% del lavoro familiare nelle coppie italiane, anche a doppio reddito, è ancora svolto da loro. Le cause sono da ricercare nei bassi tassi di occupazione femminile, nella scarsa condivisione dei carichi di lavoro domestico da parte degli uomini e nelle forti resistenze culturali al superamento dei ruoli di genere. L’obiettivo di lungo periodo, sia per la Giovanile che per il Partito, è quello di abbattere gli stereotipi culturali che hanno portato a questa situazione; tuttavia, trattandosi di un percorso a lungo termine, sarebbe necessario per lo meno garantire che questi compiti fondamentali svolti dalla popolazione femminile siano correttamente retribuiti, dal momento che, ad oggi, contribuiscono al funzionamento della società in maniera gratuita e non riconosciuta; servono inoltre spinte esogene che vadano nella direzione di favorire l’accesso delle donne al mercato del lavoro,

aumentando così il loro potere negoziale e riducendo al contempo il tempo che dedicano al lavoro domestico, e investire nell’accessibilità dei servizi di assistenza alle famiglie . Sempre relativamente alla questione lavorativa, le lavoratrici nel nostro paese subiscono una discriminazione anche di tipo salariale; in Italia, infatti, il Gender Pay Gap è del 7.4%. In particolare, la possibilità di guadagnare meno dei colleghi per le donne aumenta con l’aumentare del livello d’istruzione. A nostro parere, un partito di sinistra non può concepire che una persona non sia retribuita coerentemente alla sua formazione e che vi sia una disparità salariale a parità di mansioni svolte.

Abbiamo più volte sottolineato il ruolo chiave della formazione e della cultura, elementi fondamentali anche per contrastare gli stereotipi di genere che spesso producono discriminazione, disuguaglianza ed esclusione. Secondo la nostra visione, sono necessari sia alla Giovanile che al Partito Democratico percorsi di formazione interna per riuscire ad avere una visione politica della società che sia intersezionale. Allo stesso modo, dato che la maggior parte delle discriminazioni sia di genere che omobitransfobiche possono combattuti anche con un’azione culturale, pensiamo che sia necessario impegnarsi affinché questo tipo di formazione avvenga anche all’interno dei vari poli della società civile. In particolare, come Giovanile ci impegniamo a portare avanti proposte per rendere vincolante per ogni scuola del nostro territorio la presenza di un percorso di educazione all’affettività. Riteniamo infatti che sia fondamentale parlare di femminismo, affettività, orientamento sessuale ed identità di genere fin dall’infanzia, non solo per decostruire gli stereotipi di genere che sono alla base dei fenomeni di violenza, ma anche per permettere ad ognun* di avere un rapporto positivo con la propria persona e con gli altri. Allo stesso modo riteniamo utile introdurre agli argomenti anche insegnanti e genitori degli alunni. Fiduciosi nello strumento della peer education, l’alternanza scuola-lavoro potrebbe essere uno spazio utile per formare ragazzi che a loro volta si farebbero educatori dei propri coetanei, sfruttando la sinergia che solo questo mezzo offre. Per superare lo stigma e predisporre strumenti utili a tutelare la salute mentale della cittadinanza vogliamo la creazione di un Patto Territoriale tra Comune di Prato e Azienda Sanitaria Locale così da formalizzare un programma di educazione all’affettività per coprire i temi qui solo accennati vincolando gli istituti secondari di secondo grado.

Capitolo 6: Diritti LGBTQIA+

La Giovanile ha tra i suoi obiettivi quello di contribuire a costruire una società dove tutte le sfumature di orientamento sessuale ed identità di genere siano non solo protette da ogni forma di discriminazione ma anche incluse e rappresentate. Nel rapporto “ILGA – EUROPE 2018”, che classifica gli Stati in base alle misure adottate da questi a tutela della comunità LGBTQIA+, l’Italia si posizione 35esima su 49 stati europei. Sono infatti ancora assenti molte iniziative legislative ed amministrative che sarebbero fondamentali per garantire equità e parità di diritti alle persone queer. In Italia è inspiegabilmente assente una legge che tuteli la comunità LGBTQIA+ dai crimini d’odio di tipo omobitransfobico. Oltre a ritenere estremamente necessaria un’iniziativa legislativa che condanni ogni forma di hate speech, riteniamo che sia un obbligo per il partito stesso e per tutta la sinistra quello di formarsi ad utilizzare un linguaggio corretto, inclusivo e che non risulti mai discriminatorio. Ci rendiamo conto infatti che, in una società dove ancora i mass media principali faticano ad esprimersi in relazione alla comunità Queer in maniera non offensiva e adeguata, il partito può fornire un modello anche relativamente al linguaggio. Per esprimersi in maniera rispettosa ed adeguata è necessario sicuramente partire dall’esperienza e dall’ascolto della realtà LGBTQIA+ presenti sul territorio; ogni comunità deve infatti potersi riappropriare della possibilità di narrarsi e raccontarsi e la Giovanile si pone come obiettivo quello lottare affinché queste ultime possano ottenere maggiore visibilità e spazi di rappresentanza.

Nel 2018, il nostro paese è stato il secondo in Europa per numero di vittime registrate per omicidi transfobici. Le persone transessuali o che non si riconoscono nel binarismo di genere, oltre a dover affrontare il clima di intolleranza dovuto a forti carenze culturali che emerge da questi dati drammatici, devono anche rapportarsi ad una mancanza di riconoscimento e visibilità a livello politico, che si traduce in assenza di leggi adeguate. Nella nostra visione di società, non è sufficiente garantire gli stessi diritti a tutti gli individui ma è anche necessario adoperarsi per rimuovere gli ostacoli che impediscono loro la piena realizzazione ed espressione del sé. Per questo motivo, la Giovanile si impegna a promuovere politiche, anche in linea con altri paesi europei, che facilitino e sostengano il passaggio al genere che una persona sceglie e che obblighino la società civile ad un pieno riconoscimento e rispetto di questo.

Per quanto riguarda il nucleo familiare, la genitorialità ed i diritti riproduttivi, la nostra visione è laica e inclusiva. L’orientamento sessuale e l’identità di genere di una persona non possono precludere i diritti civili di questa, la sua volontà di sposarsi o formarsi una famiglia. Oltre al riconoscere lo status di matrimonio alle coppie dello stesso sesso che scelgono di unirsi civilmente, è necessario che si prenda una posizione a favore dell’omogenitorialità, le adozioni da parte di coppie dello stesso sesso e che vi sia il riconoscimento della genitorialità delle persone transessuali. Ci impegniamo quindi a spingere il Partito democratico affinché continui e completi il percorso iniziato col decreto-legge Cirinnà del 2014 e garantisca a tutt* i cittadin* un trattamento equo.

Capitolo 7: Integrazione

Crediamo che le sfide delle democrazie occidentali odierne sia quella di riuscire ad assicurare diritti e coesione sociale alla totalità della popolazione. Come Giovani Democratici ci poniamo l’obiettivo centrale di far germogliare una coesione sociale fondata sul rispetto delle diversità, sullo scambio culturale e sull’accesso ai diritti di cittadinanza e di rappresentanza delle minoranze ancora lontani dalla loro piena applicazione. L’Italia è un paese plurale che si inserisce in un contesto globalizzato nel quale gli Stati sono sempre più connessi e i loro confini più permeabili. L’8,5% dei residenti in Italia è costituito da cittadine e cittadini stranieri. Proprio nella direzione della coesione sociale, è necessario superare la concezione per la quale il demos, l’insieme dei cittadini fruitori di diritti democratici e possibilità di partecipazione, debba coincidere con l’ethnos, ovvero la popolazione storicamente insediata.

La crescente porosità delle linee di demarcazione tra paese e paese, i flussi migratori e gli incontri tra diversi popoli nella medesima cornice socio-economica hanno portato alcuni soggetti politici a promuovere la chiusura degli Stati in loro stessi agitando l’arma degli egoismi nazionali, e la sinistra, a livello nazionale tanto quanto europeo ed estero, si è mostrata spesso incapace di dare una lettura del presente che conciliasse apertura culturale ed economica con tutele sociali adeguate, attenzione al piano locale con slancio verso quello globale.

I conflitti scaturiti dalla molteplicità di contraddizioni gestionali e culturali nell’ambito delle migrazioni ci portano, oggi, ad un clima di crescenti abbrutimento e intolleranza verso il diverso, xenos, e al proliferare di fenomeni quali il linguaggio d’odio e i crimini d’odio. In base ai dati Odihr, l’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani istituito da Osce, gli hate crimes sono raddoppiati negli ultimi anni, e la componente maggiormente discriminata e colpita è quella degli stranieri.Questi fenomeni altro non sono che la punta di un iceberg d’intolleranza, disinformazione e colpevolizzazione sempre più diffuse ai danni dello straniero e, in generale, dell’alterità che incarna il diverso. Ci sono intere comunità straniere che contribuiscono allo sviluppo economico e sociale del nostro paese e che vivono quotidianamente le conseguenze di un pregiudizio che non può essere sradicato se non da serie politiche d’inclusione. Per andare in questa direzione dobbiamo riflettere su diverse questioni. Abbiamo bisogno di una sinistra che non abbia paura di portare avanti battaglie radicali: che non si limiti, dunque, a cercare di costruire proposte sulla base del consenso e delle sensibilità residue rispetto alla narrazione dominante del fenomeno migratorio, ma che costruisca tale consenso diffondendo una cultura politica fondata sul dialogo costante con le minoranze etno-linguistiche, le seconde generazioni, le associazioni, i corpi intermedi e tutte quelle realtà che si occupano quotidianamente della questione dal basso.

Le minoranze etno-linguistiche subiscono ancora oggi una preoccupante invisibilità. Insito nel concetto di politica progressista è quello di accettare il mutamento della società e tentare di adibire degli strumenti istituzionali al fine di una maturazione e di una evoluzione del quadro normativo e amministrativo che sia coerente con i cambiamenti sociali e culturali della popolazione la cui vita esso regolamenta. La ricerca di nuove forme di convivenza per coniugare differenti culture e modi di vivere con le regole cardine della nostra civiltà è imprescindibile e necessaria. Ma non possiamo costruire un futuro inclusivo senza il coinvolgimento diretto delle comunità minoritarie e dei gruppi che maggiormente subiscono l’assenza di una rappresentanza politica. In momento storico in cui i mezzi di comunicazione di massa consentono una conoscenza globale e le relazioni internazionali ricercano un diritto che si possa applicare a qualunque individuo senza spogliarlo del suo credo e della sua identità, rispettare le radici e, al tempo stesso, darsi di regole comuni diviene la partita dell’età contemporanea.Ecco, questa partita si condensa nella nostra città. Con le sue oltre 122 etnie, Prato racchiude in sé uno scrigno di culture, lingue e tradizioni che deve aprire e far dialogare, coniugando pluralità e unione. Un mosaico di popoli che imparando ad incastrarsi possono esprimere se stessi e, così, arricchire il concetto di identità pratese, che vogliamo concepire in modo attuale e progressista. Dobbiamo dunque fondare il nostro impegno in quest’ottica, garantendo valorizzazione interculturale e dialogo, puntando sulla mediazione culturale e sulla lotta ad ogni forma di ghettizzazione ed esclusione sociale e urbana. Tra queste, storicamente, la più discriminata è rappresentata dai popoli RSC (Rom, Sinti, Caminanti) poiché subisce una discriminazione ed un’invisibilità ingiustificate, frutto della disinformazione che caratterizza tanto il mondo politico tanto quanto quello del giornalismo su questo aspetto.

In termini di discriminazioni ai danni delle minoranze, storicamente, tra queste, la più discriminata è rappresentata dai popoli RSC (Rom, Sinti, Caminanti) poiché subisce una discriminazione ed un’invisibilità ingiustificate, frutto della disinformazione che caratterizza tanto il mondo politico tanto quanto quello del giornalismo su questo aspetto. Se da un lato è grave che non sia stata riconosciuta dal Senato la persecuzione da essi subita nei campi di concentramento del nostro stesso territorio nazionale, dall’altro è drammatico il modo in cui ancora oggi l’ignoranza conduca a concepire persone che vivono come noi come diverse e pericolose. Nelle scuole e a lavoro persone che non hanno niente da nascondere hanno paura a rivelare dove vivono. Pensiamo sia importante che Prato sia in prima linea nella lotta alla discriminazione e che sia esemplare anche grazie al Museo della Deportazione, luogo chiave per la memoria e la conoscenza della storia, che ci lega indissolubilmente a queste popolazioni. Il Partito democratico ha il dovere di abbandonare ogni timore e rompere il silenzio sulla condizione di questo popolo, portando avanti mediazioni attraverso le quali studiare soluzioni abitative sicure e legali, dentro e fuori dai campi.

Una città con una rilevante presenza di immigrati residenti ha indubbiamente un patrimonio multi-linguistico ricchissimo; tuttavia il problema della comunicazione è il primo da affrontare quando si riflette su temi quali convivenza e integrazione. Dunque, oltre ad investire sulla scuola (vedi sopra), è fondamentale fornire gli strumenti per

potersi muovere coscientemente nello spazio, accedere a un servizio o fare un colloquio di lavoro, relazionarsi ed interagire con l’altro. È anche in mancanza di servizi estesi a tutto il territorio e adeguati al numero di persone che necessitano di assistenza e formazione linguistica che si rafforza inevitabilmente la tendenza ad estraniarsi o far riferimento esclusivamente alla propria comunità e agli spazi che essa frequenta, giungendo a dinamiche di ghetto. Con la volontà di arginare questo fenomeno e valorizzare la peculiarità multietnica e multi-linguistica che connota il territorio pratese, dobbiamo impegnarci a provvedere alla completezza ed efficienza dell’erogazione dei servizi di lingua sul territorio – che sono attualmente difficili da organizzare organicamente, poiché svincolati da logiche di coordinamento e di continuità – per la formazione dalla alfabetizzazione all’apprendimento di linguaggi specifici di un settore lavorativo o di un ambito disciplinare, strutturando percorsi che non si fermino ad un livello di sopravvivenza con il coinvolgimento costante delle comunità. Fondamentale, poi, è l’impiego dei mediatori culturali come ruolo chiave in ogni ambito che preveda la possibile esclusione delle minoranze.

 

Riteniamo che sia necessario non alimentare né legittimare l’idea per cui appropriati spazi adibiti ad esercitare il diritto di culto possano essere concessi in cambio della sobrietà se non addirittura dell’assimilazione architettonica. Crediamo, invece, di dover guardare ad un orizzonte interculturale e laico, affermando che ogni intervento in favore di una parte sia concepito per la città intera, che si arricchisce quando i diritti sono tutelati e la coesione sociale coltivata. In una città come Prato, crocevia di fedi e culture che si incontrano ed interagiscono tra loro, crediamo inoltre di non doverci limitare alla necessaria tutela del diritto di culto e dell’esercizio della fede, ma di poter creare spazi che aggreghino ed indirizzino verso il dialogo grazie dai quali possano emergere tutte le sfaccettature del concetto di identità pratese contemporanea, tra le quali si leggano inclusione e unicità, peculiarità e scambio. Nella lotta ad una narrazione discriminatoria dei popoli e delle loro religioni sarebbero fondamentali, poi, interventi di sensibilizzazione, dalle scuole e agli spazi di aggregazione, volti alla promozione della conoscenza, fondamento della battaglia contro il pregiudizio, che si radica nell’ignoranza e nella paura.

Il tema dei diritti per un Partito di sinistra è ineludibile e assolutamente prioritario: dobbiamo porre le basi di una pacifica convivenza civile dei medesimi spazi. Innanzi tutto bisognerebbe definire una rigida stereotipia dell’identità italiana: su cosa si fonda? Quali sono quei caratteri peculiari che possono far distinguere un italiano da uno straniero? Fattori quali il colore della pelle, il credo religioso, l’appartenenza politica oppure l’orientamento sessuale non possono costituire validi indicatori. Per essere cittadini italiani è importante avere a cuore le sorti del posto in cui si vive, far parte di un tessuto sociale arricchendolo della propria esperienza e della propria prospettiva. Ad oggi, persone italiane de facto vengano discriminate, emarginate, non riconosciute come tali, perché non possiedono un attestato ufficiale.

Dobbiamo assumerci la responsabilità di far crescere le generazioni future in un contesto nel quale si possano riconoscere appieno e nel quale poter coltivare i propri interessi e contribuire a ridefinire l’identità italiana in un’ottica plurale e inclusiva. Persone che crescono nelle nostre scuole, frequentano gli spazi di aggregazione, riempiono le nostre Piazze, si formano e lavorano insieme a noi si vedono anacronisticamente preclusa la possibilità di essere riconosciute per quel che sono. Sono gli italiani senza cittadinanza, circa un milione di ragazze e ragazzi che, a causa di una legge obsoleta che risale ad un periodo storico totalmente diverso dal nostro, vengono liquidati a immigrati col permesso di soggiorno. Come Giovani Democratici riteniamo che il Partito Democratico debba assumere questa come lotta identitaria: la legge n. 91 del 1992 dev’essere finalmente aggiornata cosicché queste persone possano finalmente condividere con noi stessi doveri e stessi diritti. Le proposte di legge che presentano lo Ius Soli temperato e lo Ius Culturae come passi avanti nel percorso per il riconoscimento di questi cittadini trattati come “italiani di serie B” sono ferme alla Commissione affari costituzionali. Ora siamo al Governo: non è più tempo di aspettare: sul futuro di questi cittadini si gioca la credibilità di una proposta politica di ampio respiro. Consapevoli che l’anelito ideale stenta a trovare radici nelle politiche concrete, un Partito non può schiacciarsi solo su tematiche contingenti, ma è suo dovere avere una visione della società affinché si realizzi.

Capitolo 8: Accoglienza

Da anni ormai ci troviamo in un contesto di crisi globale per quanto concerne la questione migratoria. Instabilità politica e conflitti, persecuzioni, violazione dei diritti umani, povertà estrema: sono molteplici i fattori che spingono le persone a cercare un futuro migliore altrove dal loro luogo d’origine. Sono oltre 70,8 milioni le persone che in tutto il mondo, ad oggi, sono costrette a fuggire dal loro paese, secondo quanto riportato da UNHCR; un numero senza precedenti, che comprende circa 25,9 milioni di rifugiati. L’80% delle persone in fuga viene accolta dai paesi vicini. A questa crisi globale hanno risposto politiche contraddittorie, spesso prive di lungimiranza e corresponsabilità internazionale. L’Europa, nonostante i plurimi tentativi di aggiornare il proprio sistema di redistribuzione e di accoglienza sulla base di un principio di solidarietà internazionale, si mostra chiusa in se stessa, reticente a regolamentare gli ingressi e ad assicurare canali di arrivo sicuri che evitino a migliaia di persone di rischiare la propria vita. Dall’inizio del 2015 oltre un milione di persone sono state costrette ad attraversare la rotta del Mediterraneo per raggiungere l’Europa. 7269 di loro hanno perso la vita lungo il tragitto, innumerevoli quelle che sono state sottoposte a torture, stupri e violazioni dei diritti umani nel loro percorso. Noi non siamo esenti da colpe: abbiamo fatto l’errore di non proporre una visione alternativa a coloro che si trovavano spaesati innanzi a questo fenomeno in un contesto di crisi economica, e la chiave di lettura securitaria ha finito per convincere anche noi, attraverso il Memorandum Italia-Libia e il Decreto Minniti, che hanno costituito un grave passo indietro nella tutela dei diritti umani e nella strutturazione di un sistema d’accoglienza diffuso, sostenibile e lungimirante.

Oggi più che mai abbiamo bisogno di ridefinire quale vogliamo che sia il nostro ruolo in questo momento storico. Vogliamo un’Europa aperta e solidale, un paese responsabile che aggiorni le proprie normative di fronte ad una crisi umanitaria, un Partito che sappia dare una chiave di lettura al presente fondata sulla tutela dei diritti umani, del principio di solidarietà, della piena applicazione della Costituzione, il cui articolo 10 recita: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo – recita il comma 3 – nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”. Non è più tempo di posizioni tiepide, del timore per gli sbilanciamenti. Il nostro Partito dev’essere in prima linea nel rilanciare un’approfondita discussione sui canali d’ingresso al nostro Paese. Come giovanile di un Partito che ha promosso il Decreto Minniti, che ha aperto la strada, in combinato disposto con i Decreti sicurezza, all’attuale catastrofe nella gestione securitaria, emergenziale e frammentaria dell’accoglienza, vogliamo prendere atto del fatto che troppo a lungo siamo stati così deboli sul tema da non riuscire a convincere neanche noi stessi. Pretendiamo dunque che non vi siano più titubanze nell’affermare che non c’è nessuna invasione, e che l’insicurezza non proviene da una corretta regolamentazione dei flussi migratori, ma dalla recidività dell’Italia nell’adottare misure emergenziali e non strutturali. Dobbiamo affermare che l’eliminazione dei Decreti sicurezza per noi è imprescindibile: non possiamo convivere con misure che hanno provocato la marginalizzazione di fasce di popolazione vulnerabili che erano inserite in percorsi d’inclusione, cancellato l’accoglienza ordinaria in favore di quella straordinaria, tagliato i fondi per l’integrazione, criminalizzato il salvataggio di vite umane in mare. Ed è nostro dovere lottare per il superamento della Bossi-Fini e l’abolizione del reato di clandestinità, una legge anacronistica e iniqua che criminalizza una condizione che dipende dalla nostra normativa prima che dal valore della persona. Partiamo da qui per rilanciare il dibattito sulla regolamentazione dei flussi e su un’accoglienza che superi finalmente la lettura securitaria di un fenomeno complesso che necessita di una gestione oculata, strutturale, sostenibile.

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